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IL PARKINSON COLPISCE SEMPRE PIÙ I GIOVANI
Il morbo
di Parkinson è in aumento, solo in Italia le persone
affette da questa malattia sono oltre
quattrocentomila e rispetto a qualche anno fa si è
registrato un forte incremento anche fra i giovani.
Contrariamente a quanto si pensava precedentemente,
il Parkinson non è una malattia legata all'età. In
base ai dati raccolti, si può notare come la
patologia compare sempre più precocemente e la metà
dei casi insorge tra i 40 e i 58 anni. La malattia
colpisce il 3 per mille della popolazione generale e
l'1 per cento di quella sopra i 65 anni.
Fabrizio Stocchi, direttore del Centro Parkinson e
disturbi del movimento spiega che a differenza di
quanto si ipotizzava fino a qualche tempo fa, la
malattia non è legata all'età avanzata, anzi, si
assiste ad un costante spostamento della patologia
verso un "range" d'età sempre più giovane. L'esperto
evidenzia che nella metà dei casi, il dei casi, il
Parkinson, insorge tra i 40 e i 58 anni e nel 25 per
cento fa la sua comparsa tra i 20 e i 40 anni, solo
nel restante 25 per cento i primi sintomi si
manifestano in età avanzata (dopo i 60 anni).
Gianni Pezzoli, presidente dell'Aip (Associazione
Italiana Parkinsoniani), spiega che non si hanno
ancora dei dati certi relativi all'aumento dei casi
della patologia né perché la malattia si sviluppa.
L'esperto precisa comunque che l'individuazione del
Parkinson nelle fasce d'età più giovani è legato
anche alle nuove diagnosi, non fattibili fino a
cinque anni fa, che permettono di diagnosticare la
patologia fin dalle fasi iniziali.
Fra i mezzi più efficaci per diagnosticare la
malattia c'è il DAT scan, una scintigrafia cerebrale
con un particolare tracciante in grado di legarsi
alle terminazioni nervose dopaminergiche,
consentendo di contarle. E' una metodica molto più
affidabile di prima quando la diagnosi veniva basata
sulla sola osservazione clinica, grazie a questa
diagnosi è possibile individuare la malattia con
meno dell'1 per cento di errore.
Gli esperti ipotizzano che l'aumento dei casi di
Parkinson possa essere legato anche ad alcuni
fattori ambientali, fra cui diversi inquinanti anche
naturali ai quali oggi si è più esposti rispetto al
passato. Oltre ai fattori ambientali, nel 20 per
cento dei pazienti le cause sono di origine genetico
familiare. Se sulle cause scatenanti si hanno ancora
molti dubbi, informazioni più certe si hanno sulla
base della malattia. Si è notato che il Parkinson è
sempre legato alla perdita di un gruppo di neuroni
situati nella zona del cervello chiamata "sostanza
nera", che producono il neurotrasmettitore dopamina.
Per prevenire il Parkinson i medici consigliano di
non assumere dei farmaci in maniera cronica come ad
esempio antidepressivi, antipsicotici e antinausea
ad effetto centrale, troppo spesso, infatti, si fa
un abuso di alcuni medicinali senza chiedersi quali
possano essere gli effetti collaterali. Tra le altre
misure da adottare per evitare di ammalarsi di
Parkinson, i medici suggeriscono delle belle
passeggiate, circa 5-10mila passi al giorno,
un'abitudine che associata a una dieta equilibrata
consente anche di perdere peso e stare in forma.
DEPRESSIONE E PARKINSON
I
risultati preliminari dello studio paneuropeo
PRODEST-PD su 1016 pazienti con Malattia di
Parkinson, che sono stati presentati all’11°
Congresso dell’EFNS, hanno rivelato delle
caratteristiche uniche della depressione correlata
alla Malattia di Parkinson e della sua terapia. Lo
studio ha confermato non solo che i disturbi
depressivi associati a questa patologia sono
fortemente prevalenti, ma anche che quasi la metà
dei pazienti trattati con antidepressivi hanno
continuato a manifestare sintomi depressivi.
“Questi sintomi hanno un impatto significativo sulla
qualità di vita dei pazienti parkinsoniani, spesso
pari all’impatto dei sintomi di tipo motorio della
patologia, tradizionalmente più noti. Dai risultati
ottenuti emerge che molti disturbi depressivi sono
espressione diretta della Malattia di Parkinson, più
che di una sindrome depressiva. Questa
constatazione, se sostenuta da se sostenuta da
ulteriori analisi dei risultati dello studio PRODEST,
potrebbe portare a differenti approcci nel
trattamento della depressione in caso di Malattia di
Parkinson”, ha commentato il Professor Paolo Barone
del Dipartimento di Scienze Neurologiche
dell’Università Federico II di Napoli, che ha
condotto lo studio PRODEST.
Dai recenti studi con pramipexolo, agonista
dopaminergico non ergolinico, è emerso che tale
farmaco avrebbe un effetto benefico sui sintomi
depressivi e motivazionali dei soggetti
parkinsoniani. Gli studi clinici attualmente in
corso si prefiggono lo scopo di confermare
ulteriormente i dati già riscontrati e continuare ad
approfondire questo aspetto del profilo clinico del
pramipexolo.
Commentando il ruolo del pramipexolo, il Professor
Matthias Lemke, M.D., Professore di Psichiatria e
Primario della Rheinische Kliniken di Bonn ha
affermato: “I sintomi depressivi correlati alla
Malattia di Parkinson possono sovrapporsi o
addirittura confondersi con i disturbi di tipo
motorio. E’ pertanto importante che i medici
imparino a distinguere i sintomi in modo da
individuare la terapia ottimale per i pazienti
parkinsoniani. Se il pramipexolo ha dimostrato di
essere una terapia efficace per combattere i sintomi
motori dell’MP, ora sappiamo che questo stesso
farmaco è anche in grado di migliorare i disturbi
depressivi associati alla patologia parkinsoniana”.
I disturbi depressivi correlati alla MP sono stati
analizzati anche nell’ambito di uno studio italiano
di due anni, conosciuto come PRIAMO. I primi
risultati di questo studio multicentrico (55 centri)
hanno dimostrato che i sintomi non-motori sono
fortemente prevalenti nella patologia e che i
pazienti possono presentare uno o più sintomi di
questo tipo. I disturbi psichiatrici (ansietà e
depressione) sono stati riscontrati con altissima
frequenza e con un forte impatto sulla qualità di
vita dei pazienti.
“Le conclusioni tratte da PRIAMO sostengono
ulteriormente i risultati dello studio PRODEST
evidenziando la necessità di far fronte agli aspetti
spesso non diagnosticati e non sufficientemente
trattati della Malattia di Parkinson che gravano
significativamente sui pazienti affetti da MP,
relativamente alla gravità della malattia”, ha
affermato il Professor Barone, membro dello Steering
Committee dello studio PRIAMO. |