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"l'esperienza non è quello che ci capita,

ma quello che facciamo con quello che ci capita"


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Che cos'è la malattia di Parkinson?

La malattia di Parkinson è un'affezione del sistema nervoso centrale che colpisce quella parte del cervello che è responsabile del controllo dei movimenti.
Normalmente il cervello si comporta come il pilota automatico di un aeroplano, organizzando e controllando i nostri movimenti senza che noi ne siamo consapevoli. Grazie a questa coordinazione automatica tutti gli aspetti del movimento sono coordinati tra loro e fluiscono armoniosamente con una facilità che siamo abituati a dare per scontata. Con il Parkinson qualcosa incomincia a non funzionare nel nostro "pilota automatico": il movimento non è più semplice, diretto e fluido, perché nella malattia di Parkinson una particolare struttura del cervello, la sostanza nera, va incontro ad un processo degenerativo che determina la perdita progressiva delle cellule nervose che la compongono.

Si tratta di un disturbo del sistema nervoso centrale caratterizzato principalmente da degenerazione di alcune cellule nervose (neuroni) situate in una zona profonda del cervello denominata sostanza nera. Queste cellule producono un neurotrasmettitore, cioè una sostanza chimica che trasmette messaggi a neuroni in altre zone del cervello. Il neurotrasmettitore in questione, chiamato dopamina, é responsabile dell’attivazione di un circuito che controlla il movimento. Con la riduzione di almeno il 50% dei neuroni dopaminergici viene a mancare un’adeguata stimolazione dei recettori, cioè delle stazioni di arrivo. Questi recettori sono situati in una zona del cervello chiamata striato. I neuroni dopaminergici della sostanza nera, sofferenti, osservati al microscopio, mostrano al loro interno corpuscoli sferici denominati corpi di Lewy composti prevalentemente da alfasinucleina, che sono considerati una caratteristica specifica della malattia di Parkinson e che fa rientrare questa malattia nel più ampio gruppo delle sinucleinopatie. Queste si differenziano a seconda delle zone interessate dai corpi di Lewy e possono variare da un esteso interessamento della corteccia (demenza), un interessamento specifico di sostanza nera e locus ceruleus (malattia di Parkinson) o di sistemi nervosi che innervano i visceri (atrofia multisistemica con compromissione del sistema nervoso autonomo). La malattia di Parkinson si riscontra più o meno nella stessa percentuale nei due sessi ed è presente in tutto il mondo. I sintomi possono comparire a qualsiasi età anche se un esordio prima dei 40 anni é insolito e prima dei 20 é estremamente raro. Nella maggioranza dei casi i primi sintomi si notano intorno ai 60 anni. Il motivo per cui questi neuroni rimpiccioliscono e poi muoiono non é ancora conosciuto, ed è tuttora argomento di ricerca. La malattia di Parkinson è comunque solo una delle sindromi parkinsoniane o parkinsonismi. Parkinsonismo è un termine generico con il quale si intendono sia la malattia di Parkinson che tutte le sindromi che si manifestano con sintomi simili


 

La diagnosi

La notizia che i sintomi che ci disturbano da mesi (forse da anni) sono provocati dalla malattia di Parkinson può provocarci un gran numero di reazioni differenti: paura, incredulità, dolore, rabbia, sgomento. Per molti di noi può essere difficile ammettere di provare queste emozioni, che sono, comunque, del tutto normali.

Per altri la notizia può persino essere un sollievo. Questo accade spesso a coloro che hanno sofferto vari sintomi per lungo tempo senza individuarne la causa certa. Per queste persone la diagnosi significa la fine di un lungo periodo di visite e di esami medici durante il quale, forse, avevano temuto che il loro problema fosse ancora più grave.

Che cosa possiamo fare per aiutare noi stessi?

E' impossibile dare una ricetta su come ci si debba comportare di fronte al fatto di essere affetti da Parkinson e al terremoto emotivo che ciò può comportare. Ognuno reagisce in maniera personale, e anche in modo diverso da un giorno all'altro. Ci sono comunque numerose possibilità che meritano di essere discusse:

 

  1. Parlare della propria malattia

  2. Prendere iniziative positive

  3. Porsi obiettivi ragionevoli

  4. Raccogliere la sfida

  5. Coltivare la fede

  6. Contattare altre persone col Parkinson

  7. Chiedere aiuto professionale

  8. Non perdere la speranza


A lezione di tango per curare il morbo di Parkinson


Ballare contrasterebbe più della ginnastica la perdita di equilibrio dovuta alla malattia

Ballando il tango: anche così si può contrastare la perdita di equilibrio tipica del morbo di Parkinson, con risultati perfino migliori di quelli che si ottengono con altri esercizi più convenzionali. Lo ha dimostrato un gruppo di neurologi della Washington University di Saint Louis, Stati Uniti, che ha fatto partecipare una ventina di malati a venti ore di lezioni di tango o di . ginnastica. Tutti hanno avuto un miglioramento della capacità motoria, ma il gruppo di aspiranti tangueros ha mostrato anche un netto progresso nei test sull’equilibrio. “La danza” commenta Gammon Earhart, responsabile del programma “è un ottimo esercizio per i malati di Parkinson e in particolare lo è il tango: giravolte e stop improvvisi sono utilissimi per mantenere il controllo dell’equilibrio. E poi il ballo offre ai malati un’ottima occasione anche per instaurare nuove relazioni sociali”
                                                                                                                    Agnese Codignola


 

Novita' contro il Parkinson

 

Un farmaco capace di proteggere dalla morte le cellule nervose dei malati di Parkinson viene sperimentato all’Istituto Neuromed (Isernia), in collaborazione con l’Università di Pisa, dal gruppo di ricerca di Stefano Ruggieri, presidente della Lega Italiana contro la malattia di Parkinson (LIMPE). Si tratta del carbonato di litio, già usato per la depressione e i disturbi bipolari, e in grado, stando ai primi test, di stimolare un particolare processo: “Il neurone elimina le sue strutture danneggiate e le ricostruisce, evitando la morte cerebrale” spiega Ruggieri.


www.parkinson-lafogliaeilbastone.it


 

Il  Volontariato

-         non è qualcosa di bello da esibire;

-         non è un’esperienza da raccontare in salotto;

-         non è impegnarti il lunedì perché il parrucchiere è chiuso,

ma è solo il tuo “sporco” dovere

     -        perché chi non può usare le mani usi le tue mani sane;

-         perché chi è in carrozzina usi i tuoi piedi sani;

-         perché l’essere utile e disponibile è solo una parte del compenso che devi alla sofferenza dei tuoi amici:

 Il Volontariato è:

-         constatare che ciò che ricevi è infinitamente di più di quello che dai;

-         restituire il sorriso ti allarga il cuore e si ferma solo perché hai le orecchie;

-         sentire negli abbracci di ogni incontro che Dio ti ha dato il grande dono di “esserci”.

 E, ovviamente,”tu” sono io.

                                                                                                                                        mab


Consigli per il partner, i familiari e gli amici

 Premessa: ogni malato di Parkinson è un caso a sé e altrettanto diverse fra loro sono le esperienze di chi se ne prende cura. Quindi è probabile che alcune delle situazioni descritte qui di seguito non vi debbano riguardare mai. La malattia di Parkinson non colpisce solo la persona che ne è affetta. Se siete il partner, un familiare o un amico intimo anche voi dovrete vivere con la malattia. La misura in cui la vostra vita sarà influenzata dal Parkinson dipende dalle circostanze individuali che comprendono: la gravità dei sintomi, lo specifico aiuto richiesto dalla persona con il Parkinson, il tipo di relazione che avete con quella persona.

 

1 - Incoraggiate l'indipendenza
2 - Dividetevi i compiti
3 - Riconoscete e accettate i vostri sentimenti/sensazioni
4 - Parlatene!
5 - Badate a voi stessi
6 - Conservate del tempo per voi stessi (senza sentirvi in colpa)
7 - Cercate aiuto prima che la situazione raggiunga un momento di crisi
8 - Mettete in chiaro quello che siete disposti a fare (se le circostanze lo
consentono e senza sentirvi in colpa)
9 - Non solo le persone con Parkinson, ma anche i loro familiari possono provare
emozioni negative
10 - Sostenetevi a vicenda
11 - Pianificate dei momenti piacevoli insieme

 

1 - Incoraggiate l'indipendenza

Se vi prendete cura di qualcuno, questo fatto può cambiare il tipo di relazione che avevate originariamente. La persona in questione può diventare maggiormente dipendente da voi e questo può talvolta creare dei problemi. Potreste sentire che il rapporto una volta era paritario, ma che ora tocca a voi prendere tutte le decisioni. Potreste pensare che questi cambiamenti minaccino il legame che c'è tra di voi. E' una buona cosa discuterne apertamente insieme, per permettervi di manifestare i vostri sentimenti riguardo alla nuova situazione creatasi in seguito ai cambiamenti sopraggiunti nella vostra vita. Vi sono malati che trovano difficile accettare aiuto e potrebbero anche trovarlo umiliante. Trattate sempre chi assistete con rispetto. Supportare una persona spesso significa spingerlo a risolvere i problemi da solo. Se è una persona ancora attiva incoraggiate la sua indipendenza piuttosto che tentare di sostituirvi a lei. Evitate di parlare solo di quello che non riesce più a fare, ma discutete anche delle cose che rimangono stabili o che stanno perfino migliorando. Resistete alla tentazione di sopraffare il malato procurando un aiuto che non aveva mai richiesto o facendovi carico senza necessità di varie incombenze. Anche questo spinge alla dipendenza. E' buona cosa, per esempio, che la persona con Parkinson si abitui ad approfittare del periodo di mobilità offerto dalla terapia per svolgere tutte le attività necessarie alla cura della sua persona (lavarsi, vestirsi, radersi, prepararsi per la notte ecc.) invece di lasciare a voi l'onere di accudirlo quando i farmaci hanno finito il loro effetto e lui/lei hanno perso mobilità. Non trattate la persona con Parkinson come un bambino proteggendolo senza necessità da qualunque cosa spiacevole. Questo eccesso di protettività non lo incoraggia certo ad affrontare personalmente i suoi problemi e potrebbe anche generare un rapporto di dipendenza che non trova giustificazione nelle sue reali condizioni fisiche. Per esempio, se cercate di tenerlo all'oscuro dei problemi che possono sorgere in famiglia, finirete con l'aumentare il suo senso di isolamento anche all'interno del nucleo familiare, in un momento in cui lui o lei necessitano invece di essere coinvolti al massimo. E' anche possibile che siate tentati di sommergere la persona con Parkinson di buoni consigli. Non fatelo! Le persone con Parkinson sono adulti e sono capaci di prendere le loro decisioni.

 

2 - Dividetevi i compiti

Se vivete nella stessa casa con un malato di Parkinson potete, per esempio, mettervi d'accordo sul fatto che voi v'incaricherete dei compiti più faticosi mentre lui/lei si occuperà dei conti di casa e degli aspetti amministrativi della gestione familiare. Talvolta questo può significare un'inversione dei ruoli tradizionali, che però può funzionare molto bene. Imparate ad essere orgogliosi di ogni compito che portate a termine sia separatamente che insieme.

 

3 - Riconoscete e accettate i vostri sentimenti/sensazioni

Se vi state prendendo cura di un malato di Parkinson, potrebbe capitarvi di avere la sensazione di non ricevere tutto l'apprezzamento che meritate. Per quanto amiate la persona alla quale state offrendo aiuto, potrebbe a volte capitarvi di sentirvi arrabbiati, colpevoli o risentiti. Non reprimete queste emozioni ma accettatele come del tutto normali. La realtà pratica della vita di tutti i giorni può essere spesso in completo contrasto con gli alti ideali di molti di noi! Una lamentela frequente e comune è che le persone in visita chiedono sempre come sta il malato e mai come state voi. "Quello che talvolta trovo difficile e che papà si prende tutta l'attenzione. Credo che questo sia naturale perché la gente vuole sapere come sta. Ma spesso si dimenticano di chiedere come sto io e se qualcosa sia cambiato anche per me.. Di solito non me ne preoccupo più di tanto perché non sono a caccia di complimenti o simili, ma qualche volta mi sento veramente infastidita come se fossi stata dimenticata. Anch'io, come tutti, ho bisogno di sostegno e di attenzione, anche se io personalmente non sono malata. La cosa positiva è che mio padre se ne accorge ed ogni tanto fa convergere l'attenzione su di me. Non è che io lo richieda espressamente, ma è gentile da parte sua quando fa così." Potrebbe anche capitarvi di sentire che state sostenendo il peso di tutta la rabbia e il risentimento della persona colpita dal Parkinson. Poiché siete e a portata di mano, siete i primi sulla linea del fuoco. Questo può fare molto male, ma vale la pena di ricordare che di solito questa rabbia non è diretta a voi personalmente, ma è il risultato di tutte le difficoltà associate con la malattia. In ogni caso, imparate ad esprimere i vostri sentimenti. Fate in modo che la persona si renda conto che, per quanto voi capiate le ragioni per le quali sta sollevando tante difficoltà, non ha il diritto di prendersela con voi. Se avete l'impressione di non essere apprezzati, oppure se vi sembra che le richieste nei vostri confronti siano esagerate, non limitatevi a tirare avanti ma dite qualcosa. Soffrire di Parkinson non dà a nessuno l'automatico diritto di prendersela con il suo prossimo!

 

4 - Parlatene!

Parlare di come vi sentite renderà le cose più facili. Non abbiate timore di parlarne con qualcuno se ritenete che possa semplificarvi le cose. Molti familiari trovano che il contatto con altre persone nella medesima situazione sia di grande aiuto. Attraverso Parkinson Italia potrete essere messi in contatto con persone che condividono i vostri problemi.

 

5 - Badate a voi stessi

La vostra salute è importante, non trascuratela. Stabilite degli obiettivi realistici per il vostro partner e per voi stessi. Provate a mantenere una vita gratificante e non sforzatevi di fare troppo. Molte persone che si occupano di malati di Parkinson trovano utili tecniche di rilassamento quali lo yoga, la meditazione e la riflessologia. Accettate aiuto dagli altri e soprattutto occupatevi di voi stessi.

 

6 - Conservate del tempo per voi stessi (senza sentirvi in colpa)

Conservate del tempo per voi stessi, per coltivare i vostri interessi, visitare gli amici o fare qualunque cosa vi faccia piacere. Cercate di mantenere la vostra vita sociale il più normale possibile: non dimenticate di avere una vita da vivere al di fuori del ruolo di persona che si occupa di un malato di Parkinson. Ciò può non essere la cosa più semplice da organizzare, ma ne trarrete sicuri benefici sia voi, sia la persona della quale vi prendete cura. "Una volta alla settimana passo un pomeriggio fuori con un'amica. Andiamo in città e dal parrucchiere, ma prima andiamo a bere un caffè da qualche parte. Lei mi lascia sfogare i miei sentimenti per la prima mezz’ora, e dopo ci divertiamo. Quei pomeriggi sono veramente importanti per me."

 

7 - Cercate aiuto prima che la situazione raggiunga un momento di crisi

Molti familiari esitano prima di ricorrere ad un aiuto professionale. Si sentono come se avessero fallito o come se stessero abbandonando il loro caro. Non è questo il caso. Al contrario: cercando aiuto, state in realtà aumentando le vostre possibilità di resistere nel tempo ed eviterete di sentirvi in trappola. Alcune persone trovano difficile lasciare che un estraneo entri in casa loro. Benché possiate impiegare del tempo ad accettarla, questa persona può darvi la possibilità di tirare il fiato e riprendere le forze.

 

8 - Mettete in chiaro quello che siete disposti a fare (se le circostanze lo consentono e senza sentirvi in colpa)

Se vi prendete cura di qualcuno, è bene mettere in chiaro ciò che siete e ciò che non siete disposti a fare. Questo evita aspettative non realistiche e la sensazione che il lavoro ricada tutto sulle vostre spalle. Se ci sono delle cose che non volete fare, se potete scegliere, non fatele! Per esempio potreste desiderare di non occuparvi della pulizia personale di qualcuno, perché è una cosa troppo intima. Se vi obbligate a fare delle cose che non desiderate, finirete con l'accumulare risentimento. Provate a cercare soluzioni alternative. E non sentitevi in colpa!

 

9 - Non solo le persone con Parkinson, ma anche i loro familiari possono provare emozioni negative"

C'erano dei momenti in cui ero torturata da terribili pensieri. Se lui morisse,  mi dicevo, sarei libera. Mi dava uno shock terribile. Mi sentivo così cattiva. E colpevole, ovviamente. Per esempio, se aveva più problemi del solito con la sua gamba, me ne davo la colpa e pensavo: è per colpa di quello che ho pensato. Ancora oggi mi è difficile parlarne, anche se so che avere di questi pensieri, di tanto in tanto, è normale. Ma è un po' come sentirsi in trappola. Senza rendersene conto, si è alla ricerca di una via d'uscita. E allora si incomincia a pensare queste cose. Per molto tempo me ne sono stata tranquilla, cercavo di rimuovere questi pensieri. Finché un giorno ero con una amica e sono scoppiata in lacrime. Era come un fiume. E' venuto tutto fuori. Recentemente ne stavamo riparlando, e lei mi ha detto: 'Non preoccupari! A volte penso anch'io a queste cose e mio marito è in perfetta salute".

 

10 - Sostenetevi a vicenda

Chi vive accanto a qualcuno col Parkinson, suo malgrado, deve affrontare una situazione che cambia. Anche chi assiste può essere preso dallo sconforto. Tutti abbiamo i nostri problemi, ma questo non vuol dire che dobbiamo tenerli sempre per noi. Condividere i problemi – in modo che ciascuno possa esplicitare e comunicare le proprie emozioni – fa sentire molte persone più vicine le une alle altre. "Mia moglie ha il Parkinson. Quando uscivo con lei ero imbarazzato perché lei era impacciata o tremava. A volte, quando andavamo fuori a cena, mi vergognavo per come mangiava. E se lei era in un negozio e non riusciva a rispondere subito al commesso, lo facevo io per lei, dicendomi che lo facevo solo per aiutarla. Adesso mi rendo conto che mi sbagliavo, il problema era mio… Guardando indietro, adesso mi rendo conto che io ero il più imbarazzato dei due, perché mi sentivo male per lei".

 

11 - Pianificate dei momenti piacevoli insieme

Trovate il modo di avere dei momenti piacevoli insieme e fate sì che il Parkinson non domini tutta la vostra vita. Conservate il vostro senso dell'umorismo. Non lasciatevi abbattere dalle piccole cose e imparate a ridere insieme.


Finalità

In presenza di sindromi con caratteristiche nettamente differenti troviamo in comune il fatto che si interagisce con persone. Ogni persona (bambino, ragazzo, adulto) manifesta nei movimenti, nei gesti, nell’intonazione della voce, "come" sta dentro, "come" si relaziona con se stesso, "come" gli è possibile compiere azioni, desiderare di parlare ecc.
Ogni sindrome si presenta in modo soggettivo. Due bambini con la stessa sindrome presentano caratteristiche simili e differenze soggettive. Il musicoterapeuta si preoccupa di documentarsi sulle caratteristiche di ogni singola sindrome attraverso la consultazione di testi, di siti Internet, di colloqui con gli specialisti, per mettersi nelle condizioni di comprensione migliori possibili. L’ipertonicità che caratterizza la sindrome di Angelman si presenta in modo differente in ogni bambino. Per questo motivo in musicoterapia si va verso la persona. Riuscire a cogliere le caratteristiche personali è un impegno che richiede tempo. Via via si procede ci si accorge che il bambino, indipendentemente dalla sindrome, si sente ascoltato, compreso, non sottoposto alla richiesta di prestazioni; per questo risponde impegnandosi nel modo suo personale.
Il compito del musicoterapeuta consiste nell’interagire con il bambino perché egli si ponga in ascolto, desideri essere parte protagonista del suo agire, sviluppi e prolunghi l’attenzione. Le modificazioni al tono muscolare, energetico e respiratorio sono le condizioni per poter stare attenti più a lungo. Più un bambino è attento più è in grado di mettere in atto le sue capacità.


Cos'è la Celiachia

La celiachia è una delle più frequenti intolleranze alimentari del mondo occidentale, seconda solo a quella al lattosio. La sua  prevalenza è di 1:100. nella popolazione generale. La celiachia è una patologia multifattoriale (genetica, ambientale), autoimmune, multiorgano, nella quale frammenti proteici del glutine nell’intestino tenue incontrano le cellule  infiammatorie e attivano l’immunità con produzione di autoanticorpi e danneggiamento della  parete intestinale. I celiaci sono quindi geneticamente intolleranti al glutine, una parola che indica in senso generico un gruppo di proteine del frumento, dell'orzo e della segala. Se i celiaci ingeriscono glutine, producono anticorpi contro i costituenti della mucosa dell’intestino (autoanticorpi), determinando un danno dei villi intestinali, specialmente quelli del duodeno, che così si appiattiscono o scompaiono. E’ quindi l’unica patologia autoimmune di cui si conosce la natura dell’agente scatenante la reazione immunitaria.

 Il rischio di avere la celiachia è per i fratelli di un soggetto celiaco del 14%, con una concordanza dell’85% in gemelli omozigoti e del 14% in gemelli di zigoti.

Esiste una forte correlazione genetica per un aplotipo HLA, che codifica le molecole DQ2-DQ8. L’associazione con l’HLA è accertata, infatti fino al 92% dei celiaci è DQ2+, mentre l’8% è DQ8+.

E’ necessario quindi che ci siano almeno 2 condizioni perché la celiachia si manifesti:

1. la suscettibilità genetica

2. l’assunzione di glutine con la dieta

Ma in realtà molte volte pur essendo presenti queste due condizioni la variabilità dei sintomi e segni della patologia è tale che accanto quadri di malassorbimento conclamato. ci sono forme cliniche pressocchè silenti , in cui si arriva alla diagnosi nel corso di indagini sui familiari di un  celiaco.

La celiachia può essere complicata da una serie di altre malattie associate o dovute alla celiachia stessa: ad esempio, l’osteoporosi o altre malattie autoimmuni.

Una corretta diagnosi di malattia celiaca richiede l’esecuzione di indagini di laboratorio (ricerca di anticorpi anti-trasglutaminasi, ed anti-endomisio) seguite da una conferma endoscopica con prelievi bioptici in II porzione duodenale. La ricerca dell’aplotipo DQ2-DQ8 nel sospetto di celiachia , serve solo, in caso di negatività, ad escludere la malattia. L'unica terapia è, per ora, quella dietetica, cioè l'allontanamento del glutine dalla dieta.


Aspetti psicologici nei soggetti affetti da celiachia 

La celiachia è un'affezione che può dare segno di sè in qualsiasi momento della vita, in età pediatrica, in adolescenza e in età adulta. L’unica terapia efficace è seguire una dieta priva di glutine per tutta la vita.

Naturalmente, introdurre nella vita del celiaco adulto o adolescente un cambiamento alimentare, non risulta essere di semplice accettazione. 

Il comportamento alimentare si costituisce come fenomeno psicologico e culturale con forme articolate e complesse, che travalicano largamente gli schemi di risposta al bisogno biologico del cibo. Infatti, sin dall’antichità il cibo è stato investito di significati simbolici e di potere, ed un valido esempio ci è offerto dalla parabola citata nel Vecchio Testamento, del frutto proibito che fu mangiato da Adamo ed Eva.  Nella parabola il cibo è stato investito di significati simbolici e di potere, e attraverso di esso si è avuta la conoscenza del bene e del male e il dono dell’immortalità, che ha condizionato l’intera umanità nel corso dei secoli.  Il cibo, inteso quindi come trasformazione culturale di ciò che alimenta il nostro corpo, rappresenta nella storia delle culture uno dei momenti centrali della ritualità collettiva. La preparazione, il consumo del cibo hanno dato all’alimentazione significati simbolici così complessi ed incomprensibili da offuscarne la reale necessità, fino a stravolgerne il vero significato

Le colazioni di lavoro, le festività religiose, i party, le feste private, sono momenti particolari che permettono interazioni affettive e di comunicazione che travalicano la semplice attività del pasto.

Premesso questo, un “cambiamento alimentare” nella vita di una persona, plasmata dagli eventi della vita e dalla sua cultura di appartenenza, considerando tutto il suo background “alimentare”, può risultare di difficile accettazione e in alcuni casi addirittura drammatico. Ci si riferisce, per esempio,  ai celiaci che non presentano al momento della diagnosi sintomi conclamati, tali e  da motivare l’accettazione della nuova  e complicata dieta propostagli dai medici. 

Il cambiamento alimentare comporta, almeno inizialmente un disequilibrio mente/corpo, che si riverbera in tutte le sfere della vita. Nascono soprattutto difficoltà della gestione della vita quotidiana, sia in casa che fuori casa, con conseguente riduzione della vita sociale. I celiaci possono attraversare momenti di ‘apatia’, di ridotta reattività che influenzano molto la vita di relazione, anche perchè la non-reattività sembra accompagnarsi soprattutto alla tendenza a mettere a fuoco solo se stessi, le proprie limitazioni.

In uno studio condotto presso l'Ambulatorio di Celiachia dell'Università Federico II di Napoli si è evidenziato che la dimensione psicologica più rilevante nei soggetti celiaci adulti al momento della diagnosi è caratterizzata da sentimenti di ansia e tristezza, mentre il sentimento predominante collegato all’osservanza alla dieta è la rabbia. Mentre l’ansia sembra ridursi durante la dieta ( forse perché scompare la paura di avere una patologia più grave) la depressione sembra essere un costante sottofondo della vita dei celiaci.  Questi stati d’animo quali l’inadeguatezza, l’impotenza e la diversità, spingono i soggetti celiaci ad avere un atteggiamento psicologico passivo, di rinuncia e di chiusura in se stessi, che li spingono ad evitare cene, ristoranti o uscire con gli amici, o diversamente negare la malattia, assumendo così condotte a rischio, come una ridotta osservanza alla dieta e trasgressioni.

Tali condizioni, se non correttamente affrontate, possono peggiorare lo stato generale del paziente e interferire con la sua malattia complicandone o aggravandone il decorso. Il soggetto adulto celiaco, deve affrontare una ristrutturazione cognitiva che non è di semplice soluzione almeno inizialmente, perché si troverà ad affrontare un cambiamento importante costellato di abnegazioni e privazioni.  Questo può farci intuire la chiara necessità di un supporto psicologico per questi tipi di soggetti, e di quanto sia importante individuare i problemi di carattere strettamente psicologico derivati dal cambiamento alimentare.

Il discorso è un po’ diverso, invece, se il cambiamento alimentare avviene nella vita di un bambino o in un adolescente; le problematiche psicologiche e gli aspetti emotivo - comportamentali cambiano a seconda della fascia di età in cui la malattia celiaca si manifesta.


Conclusioni

Concludendo, la celiachia, come tutte le malattie organiche, presenta problemi di natura psicologica che non possono essere sottovalutati, ma devono essere affrontati senza alcun timore perché sono da considerare aspetti importanti della malattia stessa. E’ infatti riconosciuto come le problematiche emozionali correlate alla celiachia possano peggiorare lo stato generale del paziente e quindi interferire con la malattia complicandone o aggravandone il decorso.

La nostra esperienza clinica ci suggerisce che un sostegno psicologico servirebbe molto nei casi in cui il soggetto celiaco soffra della limitazione dietetica più che per la malattia organica. Grazie a questo sostegno si aiuta il soggetto a mettere in atto risorse psicologiche adeguate e a superare questo momento difficile. Non sempre però, il paziente è disposto a spendere tempo e denaro per un malessere dell’anima, mentre lo farebbe senza esitazioni per un problema fisico.

L’approccio psicologico nella gestione clinica dei celiaci è utile in ogni caso almeno all’inizio perché lo scopo deve essere il sostegno del il celiaco e i suoi familiari nell’ affrontare questo momento particolare di cambiamento e crediamo che possa  contribuire a migliorare la loro qualità di vita.


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